mercoledì 17 giugno 2009

Internet plasma il cervello

Un articolo che tratta di come il nostro cervello evolve per gestire i multiplici canali d'informazione offerti da Internet, fa riflettere:

http://www.theatlantic.com/doc/200807/google

3 commenti:

Eric ha detto...

Innanzitutto: sì, l'ho letto tutto. E sul fenomeno "psicologico" su cui si basa l'articolo sono pienamente d'accordo. Io, già di mio, leggo pochi libri; ed è vero: ho una mente allenata a saltellare tra diverse fonti di informazione snelle. Durante la stessa lettura di questo articolo sentivo ripetutamente il desiderio di smettere e fare altre cose, anche se connesse, come scrivere un commento, guardare le fonti, ecc... (Ad esempio, la macchina di scrivere di Nietzsche).
Il mio commento è questo: nella storia l'uomo si è dotato di macchine che gli hanno permesso di non dipendere più dalle sue doti meramente fisiche: non solo chi aveva denti buoni e braccia muscolose mangiava meglio. Ora, grazie alla conoscenza globale distribuita della rete, ci stiamo forse affrancando dalle doti di conoscenza. Cioè: mi aspetto che a processo finito non avremo più bisogno di apprendere concetti e nozioni, perché saranno ubiquamente disponibili per tutti. Volendo essere ottimisti: questo sarà un altro passo verso l'uguaglianza.
A quel punto l'uomo rimarrà dipendente solo dalla sua capacità di ragionamento (visto che fisico e conoscenze non servono più). Poi, potrebbe non essere più necessaria nemmeno quella: in tal caso che ne sarà di noi? Mah...
Un'ultima nota: la verità è che questo affrancamento agisce su base individuale spostando la dipendenza su base collettiva. Individualmente non abbiamo bisogno delle braccia muscolose, perché usiamo strumenti meccanici: ma la nostra collettività deve quindi esserne in possesso e tra l'altro, le modalità con cui queste sono disponibili per la massa di individui, determina in sostanza l'efficienza con cui ne siamo in possesso. Non c'è più, quindi, una competizione tra individui, ma una competizione tra collettività, o tra culture, se vogliamo. Questo è testimoniato anche dal fatto palese che la selezione naturale come intesa da Darwin non vale più per l'uomo; vale ora per le culture. Così come ad un certo punto, milioni di anni fa, è terminata la competizione tra organismi unicellulari, lasciando il posto alla competizione tra aggregazioni-collettività di organismi unicellulari, in cui, tra l'altro, un cellula di per sé poco competitiva ma appartenete ad un gruppo competitivo poteva vivere e moltiplicarsi molto.

jean ha detto...

Anch'io comincio dicendo che si: l'ho letto tutto (ma forse non l'avrei mai fatto se il commento di Eric non m'avesse stimolato)
Personalmente non rilevo il problema che viene evidenziato, continuando a leggere circa un libro a settimana - ma per il piacere di farlo, non per necessità. A parte questo e a parte il fatto che come singolo non sono statisticamente rilevante, faccio i miei complimenti all'autore per lo stile con cui ha saputo delineare il suo punto di vista. Ho apprezzato particolarmente la parte
<< And because they would be able to “receive a quantity of information without proper instruction,” they would “be thought very knowledgeable when they are for the most part quite ignorant.”>>
In effetti ho sempre pensato che dall'utilizzo di una tecnologia che non si "possiede" realmente possa derivare solo alienazione. Non so se mi sono spiegato, ma questo è il motivo per cui a scuola guida mostrano l'interno di un motore anche se non ci capiterà mai di metterci le mani sopra: il motore ormai è culturalmente nostro anche se individualmente non saremmo in grado di costruirne uno. Al contrario esistono molti esempi di civiltà esposte repentinamente e senza filtro a una tecnologia nuova per esse (anche solo un nuovo sapere) che ne hanno tratto solo svantaggi e snaturamento delle loro intime essenze. Il problema si applica alla maggior parte del mondo povero, dove prima o poi vengono gettati artefatti e tecnologie che sono stati concepiti e realizzati in tutt'altro contesto. Pensate ai governi sudamericani o a quelli medio orientali imbottiti di armi e metodologie di guerra dagli USA; pensate al disastro di Bopal; pensate al nucleare. Quindi, secondo me il problema reale è solo: "come instillare negli utenti una certa coscienza? Come stimolare un uso consapevole e critico di questo nuovo modo di condividere la conoscenza?"....altrimenti finiremo a leggere romanzi scritti col linguaggio degli SMS, o saremo portati a credere che un fatto assurdo è palesemente vero perchè “è scritto su Wikipedia”.

Alberto Bartoli ha detto...

Noto con piacere che il Francese, nonostante il ritorno nell'inciviltà gastronomica (spaghetti stracotti come contorno di bracioline impanate...e poi prendono in giro la gastronomia inglese nei fumetti di Asterix...mah!) continua a mantenere interessi culturali.

Il mio commento è molto più terra-terra di quelli di Eric e Giancarlo.

Che Internet sia un enorme pericolo per la capacità di concentrazione e di conseguenza per la produttività (molte attività richiedono per loro stessa natura lunghi periodi di concentrazione ininterrotta; su questo punto non c'è tecnologia o psicologia che tenga) è ovvio; l'ho sperimentato su me stesso e (purtroppo) lo vedo molto spesso nei baldi giovani del lab. E' quindi una tecnologia per la quale occorre una sorta di autodifesa continua. Così come non si guida ubriachi, non si passano 12 ore al giorno davanti alla tv, non si sta con l'iPod a tutto volume per 8 ore al giorno, allo stesso modo occorre imporsi di avere molte ore di scollegamento da Internet.

Meno ovvio è l'effetto di Internet sulle nostre "capacità cognitive" individuali e collettive. Difficile sintetizzare la mia opinione su questo punto. Coincide in molti aspetti con quanto ho letto di recente in un libro bellissimo, di cui consiglio caldissimamente la lettura e che è citato anche alla fine di quell'articolo: Here comes everybody, di Clay Shirky. Un libro con molte parti noiose ed ovvie, ma con altrettante parti bellissime ed illuminanti.

L'ho fatto acquistare dalla biblioteca perché è un testo veramente notevole e adesso ce l'ho io, se qualcuno lo vuole me lo dica e lo riconsegno (così aumenta il numero di lettori); comunque se uno lo vuole acquistare su Amazon costa pochi euro.